Un luogo sacro fin dai tempi più remoti

Un luogo sacro fin dai tempi più remoti

di MARIO BELLISARIO

 

Chi percorre la strada Adriatica tra Vasto e Ortona, proveniente da Vasto, appena attraversato il Sangro, scorge in alto a sinistra un edificio enorme, che, per la sua forma allungata e tondeggiante, sembra quasi una nave preparata a scendere in mare.
È l’abbazia di San Giovanni in Venere.
A sinistra sul mare, molto distanziate l’una dall’altra, vede strutture come catapulte romane o dinosauri immensi pronti a prendere il largo: sono i trabocchi.
La costa è alta in questo tratto e la strada quasi rasenta il mare. Intatta è la costa, cupa e boscosa. Lungo i gradoni si alternano boschi di pini e di lecci, intramezzati da ridenti agrumeti e macchie spinose.
Libero è il mare, d’un azzurro splendente fino all’orizzonte. Il suo sciabordio, tra gli scogli e le piccole baie silenziose, alletta l’orecchio ed invita all’ascolto. Ma quando infuria il vento del nord, rabbioso sbatte i suoi bianchi marosi contro la costa. Il suo muggito si spande per i campi fino ai monti distanti.
È, questo, un tratto di costa che fu caro a D’Annunzio, il quale qui soggiornò e scrisse uno dei suoi libri migliori: Il trionfo della morte. Ancora esiste la casa in cui abitò e il trabocco turchino sotto il promontorio da cui si lanciarono abbracciati in mare i due amanti del libro e vi trovarono la morte.
Ma la perla di tutta la costa è l’abbazia, che i Frentani, abitanti di quest’angolo d’Abruzzo, considerano il loro tesoro più caro. Questo luogo è sacro fin dai tempi remoti. Ne sono testimonianza le tombe, risalenti al V secolo avanti Cristo, recentemente scoperte intorno all’abbazia e il tempio che i Frentani ivi costruirono alla dea dell’amore e dove
per secoli vennero a pregare e a compiere i loro riti nuziali, ed ancora vengono in un retaggio ininterrotto di memorie e di affetti.
Era ancora diffusa nelle campagne intorno la religione pagana, quando, circa mille anni fa, i monaci cistercensi, provenienti da Fossanova, costruirono sul tempio di Venere il loro convento e la loro chiesa cristiana, la cui cripta è ancora sostenuta dalle colonne del tempio pagano.
I monaci si insediarono nella loro abbazia e di lì dominarono, padri padroni, paesi e villaggi della Frentania. Diffusero la nuova fede, dissodarono terreni e piantarono vigne ed ulivi (ulivi ora decrepiti resistono ancora accanto all’abbazia), e dal mare ricavarono il sale e ne fecero commercio.
Ma il nome della dea rimase ad aleggiare sulla zona, come si può riscontrare da alcuni toponimi e da nomi di donne, e soprattutto è rimasto nel fascino del luogo, racchiuso in un sacro Dalla rivista Siti, luglio-settembre 2007, pag. 56-57mistero. L’abbazia ora troneggia sul colle semplice ed austero tra i pini e gli ulivi. La chiesa volge l’abside ad Oriente, secondo l’antica cosmogonia, e alla valle ampia del fiume, bagnata dal sangue di tanti giovani soldati, venuti a liberarci da un governo tiranno. Ora molti di essi riposano nel cimitero al di là della valle. La facciata della chiesa è spoglia ed austera, come tutte le chiese cistercensi.
I trabocchi, opera dell’industriosità degli abitanti della costa, che dal mare e dalla terra traevano il loro sostentamento, sono impalcature fisse di tavole e travi, per la pesca a bilanciere. I contadini calavano le reti la sera e al mattino tornavano a prendere il pescato, così il trabocco rendeva senza turbare il lavoro dei campi.
Queste strutture, sempre rinnovate, si sono conservate integre attraverso i secoli. Ora sono sotto la protezione della regione, che ne cura la conservazione.
Ma se i trabocchi ricevono uno sguardo incuriosito dal viandante, e se D’Annunzio è ignorato, l’abbazia è meta continua di devoti, estimatori e turisti. E molti sono coloro che sostano in preghiera nel silenzio degli alti archi ogivali.
Ma nelle domeniche di primavera, quando la natura si sveglia e torna a scaldare i cuori, tra gli archi risuonano le note di musiche sacre a benedire le coppie venute nell’antico luogo a coronare il loro sogno d’amore, come da tempi lontani hanno fatto i loro antenati. Allora i parcheggi si riempiono di macchine e lunghi cortei salgono la rampa verso la chiesa.
Questa è l’abbazia, questo il luogo sacro, fulcro di fede e d’amore.

 

Dalla rivista Siti, luglio-settembre 2007, pag. 56-57