Un nuovo libro sull’abbazia

L’agile volume si aggiunge alla nutrita bibliografia che, soprattutto dalla fine dell’Ottocento, si è occupata senza soluzione di continuità della vetusta abbazia benedettina.  “La grazia di San Giovanni” – cantata anche da Gabriele D’Annunzio –  continua ancora oggi sorprendentemente ad esercitare il suo fascino. Attira l’attenzione non solo dei turisti più curiosi che svagati, dei coatti della fotografia, o degli innamorati che vogliono sancire in basilica con il rito religioso il loro sogno d’amore. L’interesse per questo insigne monumento è condiviso da tanti studiosi di svariate discipline quali l’archeologia, l’arte (pittorica e scultorea), l’architettura, l’archivistica, spaziando dall’epoca preromana, tardoantica e medioevale, si può dire fino ai nostri giorni.

            Il materiale di queste discipline lo Sbrocchi ha voluto presentarlo con schede sintetiche ma esaustive, sia scritte che iconiche, ivi comprese le ultime preziose acquisizioni archeologiche. Si è interessato anche ad alcuni particolari oscuri, chiamiamoli così, misteriosi, che solitamente vengono tralasciati da altri, con in aggiunta alcune curiosità che non sono state oggetto delle grandi ricerche finora compiute nell’area monumentale. Esse, invece, potrebbero essere indizi a carico di una migliore conoscenza del monumento e della storia millenaria che qui vi si è svolta. La pubblicazione di Vito Sbrocchi, non si è prefissata di competere con studi e ricerche di alta specializzazione. Questo volumetto, che supera di poco le cento pagine, si può agevolmente collocare tra le guide accurate e garantite, di cui fidarsi per conoscere il complesso monumentale e le sue vicende, quasi un baedecker di alto profilo, da servire non tanto a soddisfare la curiosità di chi si avvicina a questo antico monumento per la prima volta, perché si sa che si vede bene solo quello che già si conosce, quanto per informarsi in forma agile, sintetica ma rigorosamente documentata, su tutto quello che finora si è detto su di esso, ivi comprese le ultime recentissime scoperte archeologiche. Di esse lo Sbrocchi fornisce un corredo iconografico inedito di grande interesse e utilità. Sono molto interessanti anche tanti particolari del plesso monumentale disseminati per tutto il volume e lo vivacizzano nelle sue innervature fondamentali. Particolari che il lettore non mancherà di cogliere ed apprezzare. Tra le altre cose, la “faccina” inquietante riportata nel capitolo III, alle pp. 54-55, insieme al frammento di lastra (zodiacale?) ed alle croci potenziate (o di Gerusalemme). Particolari che altri finora non avevano notato né rilevato. Come andrebbe meglio valorizzata (se non ripristinata) l’antica fonte di Venere, che veniva usata fino a pochi decenni or sono, per gli stessi scopi taumaturgici postulati all’epoca dell’antico santuario pagano. E’ insomma un volume da leggere con molta attenzione per cogliere il respiro dei secoli che ancora aleggia tra queste mura.

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